I prezzi del petrolio hanno smesso di muoversi in base ai titoli sull'offerta del Golfo. Circa un mese fa, una serie di notizie affermava che i flussi di petrolio da Hormuz erano tornati ai livelli pre-bellici, spingendo i prezzi al ribasso. Il calo non ha tenuto. I benchmark sono ora orientati verso il quarto guadagno mensile consecutivo, anche se continuano a giungere segnalazioni secondo cui gli stati del Golfo stanno esportando più petrolio di quanto facessero prima della guerra.

Questo divario tra le notizie sull'offerta e il prezzo è il punto centrale del rapporto. La sua tesi è che "i barili non sono tutta la storia": i flussi fisici e i volumi di esportazione, da soli, non spiegano più dove viene scambiato il greggio. Un mercato che un mese fa ha preso i rapporti sul ripristino di Hormuz come motivo per vendere, ora sta assorbendo notizie simili senza un movimento corrispondente.

La difficoltà di rispondere alla domanda più elementare del mercato è stata esposta chiaramente presso JP Morgan, dove un alto esponente ha chiesto quale sia effettivamente il prezzo del petrolio. A otto mesi dall'inizio della guerra con l'Iran, ha osservato la figura, quella che dovrebbe essere una domanda semplice è diventata "sorprendentemente difficile da rispondere". L'osservazione sottolinea il punto più ampio del rapporto: l'evidenza che un tempo spingeva i prezzi al ribasso — flussi di Hormuz ripristinati, maggiori esportazioni dal Golfo — non sta più svolgendo quel compito.

Per i trader e per le aziende che pianificano in base ai prezzi del greggio, l'implicazione pratica è che i titoli sul recupero dell'offerta non possono più essere trattati come una guida affidabile per la direzione del mercato. Oltre alla conclusione che i volumi da soli non stabiliscono il prezzo, il rapporto non identifica cosa sia subentrato come forza trainante. Per ora, i titoli sull'offerta e i benchmark raccontano storie diverse.

Fonte: Oilprice